Vietato ai maggiorenni
Scritto da fables il 16 Feb 2010 in News, Blog
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La notizia circola da qualche ora sui principali organi di informazione nazionale, l’agenzia londinese Dubit recluta bambini e ragazzi per istruirli a diventare “brand ambassadors”, “ambasciatori di marca”. I minorenni hanno aumentato il proprio potere di acquisto già da qualche anno, allora perchè non sfruttare a pieno la loro grande conoscenza dei social network? La rete di relazioni adolescenziali? Il parlare senza peli sulla lingua e senza malizia? Se te lo dice un bambino ti puoi fidare eccome!
La logica è sempre la stessa: ti facciamo provare il prodotto in anteprima, ci guadagni la paghetta settimanale e ne parli agli amichetti. Mattel e Coca-Cola hanno già sperimentato il “sistema”. Non voglio calcare troppo la mano sull’etica dell’operazione, ma spero che loro abbiano la maturità necessaria per svolgere questo “mestiere” in modo consapevole (sempre che sia possibile alla loro età), spero che i genitori sappiano cosa vuol dire fattivamente “brand ambassador” e cosa vuol dire sostituire, mischiare e confondere il gioco dalle ore passate con il mouse in mano. D’altronde la televisione ha fin troppo abusato dei linguaggi e della semplicità dei minorenni. La cosa che mi preme sottolineare è che ancora una volta le aziende confermano la loro scarsa propensione a conversare (in modo onesto e trasparente). Sono passati più di 10 anni dalla pubblicazione delle 95 controverse tesi del Cluetrain Manifesto, che nel 1999 presagiva “the end of business as usual”. A che punto siamo?





Erano altri tempi, quando a un visual, quale che fosse, bastava rappresentare qualcosa.
Oggi come dici anche tu si dovrebbe “conversare” ma questo fa ancora paura a molte aziende.
klauser | 16 Feb 2010 | Replica
grande Fables, ottima questione. Credo che le aziende non abbiano solo paura di conversare, ma si siano rese conto che essere subdoli e poco trasparenti conviene di più,meno costi più benefici…per loro ovviamente.
Almeno si sono rese conto di una cosa: il potere del passaparola.
Pitu | 16 Feb 2010 | Replica
e si Pitu, grazie hai sollevato una questione interessante, una santa verità. Il passaparola può essere un’arma a doppio taglio, una risorsa spesso utilizzata senza rispettare alcun tipo di etica. Invaders must die.
fables | 16 Feb 2010 | Replica
Penso che un atteggiamento subdolo e poco trasparente possa giovare alle aziende ancora per poco tempo. Il consumatore medio (sarebbe meglio parlare di utente medio) come ha costruito delle barriere contro i messaggi pubblicitari tradizionali imparerà a riconoscere, se già non lo sa fare, anche quando una conversazione è viziata da ambassador retribuiti.
nanodimmerda | 17 Feb 2010 | Replica
Solo che “l’advertising” sta lasciando solo l’utente medio davanti al compito di costruire questi filtri ed imparare a usarli. Salvo poi pretendere di avere in cambio “brandlovers”, “feedback”, “wordofmouth” spontanei.
Con quale credibilità? Vorrei anche capire quante e quali sono le agenzie che osservano integralmente un qualche codice di autoregolamentazione. Aderire al WOMMA è un’assicurazione in tal senso?
frank | 17 Feb 2010 | Replica
Sono d’accordo con nanodimmerda…ops!non so se posso dire di “merda” ;)…
masino | 17 Feb 2010 | Replica
mi sa che non si può dire “nano” non è politically correct.
fables | 17 Feb 2010 | Replica
sono d’accordo con fables ;)
frank | 17 Feb 2010 | Replica
sono d’accordo con Frank che è d’accordo con Fabio che è d’accordo con suo padre che al mercato il nano comprò.
neuro | 17 Feb 2010 | Replica
per 2 soldi? :)
masino | 18 Feb 2010 | Replica