Ho deciso di fare diventare questo post il manifesto del mio blog, il cui sottotitolo è diventato l’antidoto a gessetti e ventoselle. Cliccate qui per la versione originale con tanto di commenti.
“Purtroppo sta accadendo, e sta accadendo proprio in Italia, paese che è arrivato tra gli ultimi a sondare il terreno del marketing non convenzionale. È la prima volta che decido di scrivere su queste pagine senza far riferimento ad una campagna di guerrilla o di ambient, per la prima volta sto esprimendo una considerazione personale. Cerco, se mi è possibile, di salvare il termine guerrilla marketing prima che sia troppo tardi. Chiedo a quanti abbiano passione per questo mondo di unirsi per cercare di tornare a fare seriamente la guerrilla da strada, quella veramente non convenzionale, che spiazza il consumatore, che attira la sua attenzione visiva, che fa parlare per la sua capacità di potersi diffondere proprio per la sua notiziabilità, perché c’è qualcosa da raccontare.
Il termine guerrilla marketing sta diventando un termine ombrello che racchiude ogni forma di comunicazione che non avviene per radio o in televisione. Non è così! Personalmente sono cresciuto con il mito di Riccione e dell’atterraggio ufo del 2001, che è per me come Roberto Baggio per chi ha il sogno di fare il calciatore. Non sto dicendo che per fare guerrilla bisogna per forza inscenare atterraggi ufo o invasioni aliene, ma vorrei dirvi o cercare di farvi capire, che non è guerrilla un flyer che ha una forma ad uncino che si attacca ad un motorino, non è guerrilla fare delle scritte a terra con un gessetto colorato, non è guerrilla attaccare un adesivo elettrostatico che riporta il nome del brand, se avete dei problemi a dargli un’etichetta chiamatela pubblicità non convenzionale, ma lasciate perdere il termine guerrilla. Con questo mi fermo, spero di non aver fatto un buco nell’acqua, ma di aver risvegliato la vostra attenzione visiva e la vostra carica non convenzionale. Rompiamo gli schemi precostituiti. Hasta la guerrilla”.




